Archivio della categoria 'Riflessi(oni)'

Il (falso) mito dell’automobile volante

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Questa mattina Wired pubblica un articolo intitolato Auto volanti, ci siamo (negli Usa) in cui si annuncia che le autorità competenti americane hanno approvato la libera circolazione del Transition, una delle automobili volanti prodotte dalla statunitense Terrafugia. Credo di avere letto notizie entusiastiche su questo progetto almeno 10 anni fa – correggetemi se sbaglio – e ora come allora non riesco proprio a provare nessun entusiasmo per un prodotto così sfacciatamente lontano dall’idea di automobile volante a cui decenni di letteratura fantascientifica ci hanno abituato.

A parte il prezzo non proprio popolare – che difficilmente permetterà al Transition di decollare, quanto meno in termini di vendite – quello che mi lascia maggiormente perplesso è la sensazione di complessiva goffaggine che questo progetto trasmette. L’idea stessa di dover circolare per le strade di una grande città con due lunghe ali ripiegate mi pare cozzi pesantemente con lo scopo principale per cui questi velivoli dovrebbero essere concepiti, ovvero quello di dare a tutti noi la possibilità di svincolarci al volo da tutti quegli innumerevoli impedimenti quotidiani che rendono impossibili le nostre strade. Qui però siamo decisamente lontanissimi dall’obiettivo: per prendere il volo il Transition ha bisogno di una pista di 520 metri, il che fa pensare che il dispositivo possa decollare ed atterrare solo nelle aree dedicate al volo ultraleggero – ma a questo punto perché non raggiungere tali aree comodamente in auto per poi decollare con un velivolo tradizionale, meno promiscuo e decisamente più collaudato?

Wired presente l’intera questione in termini entusiastici, ma credo dipenda dal fatto che siamo in piena estate e non ci sono grandi novità in giro. Certo vedere infrangersi in questo modo uno dei miti più affascinanti del nostro immaginario non è cosa molto estiva. Chissà che Wired non ci annunci presto con toni ugualmente entusiastici la produzione di una nuova gamma di ascensori spacciandola per teletrasporto. D’oh!!!

 

 

I topi non avevano nipoti

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Ci sono giornate in cui percorro tra una cosa e l’altra 3 o 4cento km – non accade ogni giorno altrimenti avrei già cambiato attività, ma capita almeno una volta a settimana. A tenermi compagnia sono quasi sempre le trasmissioni di Radio24: quando guido odio ascoltare cose registrate – non importa su quale supporto – preferisco farmi raggiungere da suoni e parole che viaggiano nella mia stessa direzione, con me, in quel tempo esatto. Il bello della diretta. O anche solo della presa diretta. Stamattina era in onda un pezzo dedicato a “Caos calmo” e nel montaggio hanno inserito un paio di sequenze tratte dal film, tra cui il dialogo delicatissimo tra padre e figlia prima della buonanotte, quello in cui la bimba spiega il concetto di reversibilità ripetendo al padre un palindromo che le hanno insegnato a scuola: i topi non avevano nipoti. A parte il fatto che quello è uno dei momenti più belli del racconto, mi sono distratto subito cercando di formulare almeno un altro palindromo appena appena decente e – ovviamente – non ci sono riuscito. Che altro potevo fare, a metà inoltrata del 2011, se non cercare online il risultato dello sforzo altrui? Ed ecco quindi un sito completamente dedicato a questo esercizio logico che ha tutta l’aria di portarsi dentro qualcosa di magico e profondamente simbolico: http://plgrs.lacab.it/palindromi/?o=lunghezza. Enjoy!

Fatelo smettere, per cortesia …

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Mentre le ventole del mio portatile sbuffano un’aria rovente che sa di polimeri fritti, Nichi Vendola snocciola il repertorio di frasi preconfezionate a cui ci ha abituato. Non che io contesti aprioristicamente le sue posizioni o che io abbia preconcetti sulla sua persona, mi infastidisce solamente il suo modo di comunicare. Di persone capaci di parlare per oltre 90 minuti di un qualsiasi argomento con lo sguardo accigliato e quell’espressione del volto che sembra voler dire io sono una persona seria ne ho viste e sentite troppe. Di solito di tratta di macchine che replicano invariabilmente gli stessi schemi retorici, camuffandoli da pensieri ben formati. Basta ascoltarli due volte in due contesti differenti – ad esempio una conferenza stampa e l’intervista su qualche TV locale – per accorgerti che replicano ogni volta la stessa medesima meccanica di espressioni del volto, di pause e accenti orrendamente identici. Quando la comunicazione è una merendina dozzinale, quello che sta dentro il cellophane trasparente di solito non vale un granché. Fatelo smettere, per cortesia…

Il rumore del silenzio

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Il titolo dovrebbe avere un certo non so che di evocativo per i trentenni avanzati, in effetti si tratta (anche) di una canzone semisconosciuta di Franco Battiato, non ricordo se appartiene a Fetus o a Pollution.

Qui si fatica a prendere sonno e quindi si smanaccia con il blackberry, cosi’ mi sono accorto che l’ultimo post sul mio desertico blog personale risale allo scorso 18 novembre, e si trattava pure di un test… No way! Il tempo per queste cose non lo trovero’ mai, pazienza.

Il 2010 e’ stato l’anno delle grandi manovre, tre traslochi in sei mesi — questo vi basti e avanzi. Il nuovo anno si preannuncia invece come quello dei cambi radicali di prospettiva, sara’ un anno spartiacque, in un certo senso, dominato per forza di cose dalla professione, ma reso davvero grandioso da un paio di appuntamenti con la vita enormemente piu’ importanti delle questioni lavorative… Insomma, come ogni volta il cambio d’anno mi gonfia di slanci entusiastici, ma ‘sto giro sono particolarmente ottimista guardando ai mesi che verranno, vediamo un po’ cosa succedera’: ho la stessa bramosia di quando leggo qualcosa della Mazzantini — qualcosa di recente, intendo…

Insomma, il mio silenzio fa un rumore tutto suo ma vuole solo dire che va tutto bene e che – se lo vorra’ il Cielo – le cose andranno sempre meglio. E’ quello che mi auguro.

Ed e’ quello che auguro anche a te, sconosciuto perditempo che leggi queste parole. Buon 2011, di cuore! :-)

Brescia!

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Gli ultimi quattro dei sei immigrati che per oltre due settimane si sono asserragliati su di una gru in San Faustino a Brescia sono finalmente scesi. Mi ha impressionato vederli sospesi per giorni, inquadrati da telecamere che aguzzavano le loro ottiche costose per catturare un’espressione del volto o il dettaglio di un vestito logoro. Immagini destinate tra l’altro a non andare mai in onda, dato che solo la stampa locale si è occupata seriamente di questo evento – a mio parere epocale. Mi domando se il resto del Paese ha la più pallida idea di cosa è oggi la città di Brescia e del clima inebriante che vi si respira. Qui la storia sta precorrendo tempi anticipandoli di almeno dieci anni. Brescia è oggi una sorta di anarchico laboratorio, quello che adesso sta succedendo qui accadrà nei prossimi anni ovunque. Vista da qui l’integrazione sembra una lenta rivoluzione necessaria, una sorta di esplosione controllata e tutt’altro che violenta, magari con i consueti strappi di ogni cambiamento epocale, strappi che di tanto in tanto faranno male a qualcuno – è inevitabile – ma non ai più disposti a guardare le cose per quello che sono. Se cammini per le strade di questa che in un certo senso è la mia città di origine lo senti che un antico, stanchissimo equilibrio si sta spostando lentissimamente ma risolutamente, senza spezzarsi. Brescia mi piace e confido molto in questa città, stiamo a vedere ora che cosa succede.

La cazzabubbola del Gatto Mammone

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Gatto MammoneOggi il Gatto Mammone ha la cazzabubbola. Il rientro dalla breve pausa vacanziera lo ha colto come sempre impreparato ed ora giace inoperoso e privo del naturale smalto. Va bene, un brusco cambio di ritmi procura immancabilmente qualche noia a chiunque, ma nel suo caso direi che le cose vanno in maniera decisamente preoccupante. Chiede con insistenza di Fabio Volo e non mi riesce di fargli accettare il fatto che la sua trasmissione mattutina preferita sia ancora in vacanza, mentre noi ci spezziamo le reni su VPN, CMS, DEM, SQL e pure DHL – una consegna fatta all’indirizzo sbagliato. Questo post non significa assolutamente nulla, la cosa mi pare autoevidente. Diciamo che si tratta di un esperimento.

Topolanek (nuovamente) in mutande

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Un aggiornamento al mio post di pochi giorni fa “Mirek Topolánek e il pulsante dell’autodistruzione mediatica“. Riporto testualmente dall’edizione online del Corriere della Sera e mi astengo dal commentare… magari mi rimangio qualsiasi considerazione fatta sulle conseguenze mediatiche della messa in piazza delle nostre miserie e su qualsiasi velata implicazione morale in questo genere di operazioni. Chiunque avrebbe avuto il buongusto – o la dignità – di fare almeno un tentativo per cancellare il ricordo di quelle fotografie dall’immaginario collettivo. Ma, con tutta evidenza, la testa di un politico funziona in tutt’altra maniera. Dio mio…

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Mirek Topolánek e il pulsante dell’autodistruzione mediatica

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Mirek TopolanekNon so a voi, ma la vicenda umana dello sventurato Mirek Topolánek in fondo in fondo a me turba. Voglio dire, non stiamo a sottilizzare sulla natura delle attività ludicoricreative a cui ha preso parte a Villa Certosa insieme al nostro simpaticissimo Presidente del Consiglio, se lo facessimo dovremmo aprire una interminabile parentesi sulla natura umana e – soprattutto – sulla debolezza intrinseca del genere maschile nel regno animale, dagli emicefalocordati in poi.

Quello che più mi colpisce di questa vicenda è la definitiva e irrevocabile figura di melma che accompagnerà per sempre il nome del povero Mirek! Intendo dire che, volenti o nolenti, la Rete è oggi depositaria non solo del più grande oceano di cazzate mai generato della menta umana, ma anche della più impietosa e capillare collezione di indelebili tracce storiche che sia mai comparsa sulla faccia del nostro pianeta. La moltiplicazione infinita delle informazioni, anche di quelle apparentemente meno rilevanti, equivale ad una garanzia di conservazione che le renderà infinitamente più persistenti di qualsiasi altra fonte storica conosciuta in passato. Leggi il resto »

10 anni di Linux!

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10 anni di LinuxOra vi racconto qualcosa che mi riguarda. Per vari motivi – ma principalmente per mancanza di tempo – lo faccio molto raramente, anche tra queste pagine disordinate che dovrebbero in qualche modo parlare di me.

Dieci anni fa lavoravo per una società di Milano con la mansione di consulente informatico da piazzare in outsourcing presso loro clienti. Mi occupavo principalmente di progettazione di interfacce e sviluppo in Visual C++ e avevo seguito una serie di progetti molto interessanti per l’epoca, seguendo dalla A alla Z la realizzazione di una soluzione client-server che sfruttava appieno le funzionalità più avanzate di quello che ai tempi era il migliore database disponibile sul mercato: Oracle.

Insomma, lavoravo con quelle erano considerate allora tecnologie eccellenti, molto richieste dai cacciatori di testa della stramaledetta New Economy. Per me era la naturale conclusione di un lungo percorso: in un modo o nell’altro avevo sempre coltivato – parallelamente agli studi scientifici e umanistici – la mia passione per l’informatica, sin dal primo esordio sul mitico Commodore 64 che ricevetti in regalo nel 1986, anni luce fa. Gli amici lo usavano solo per giocare, per me il divertimento stava invece nella realizzazione di semplici programmi in CBM Basic. Avevo subito il fascino di War Games, come qualsiasi altro maschietto della mia generazione. Leggi il resto »

Disegnare qualcosa…

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Un disegno dopo anniNon riesco più nemmeno a ricordare quand’è stata l’ultima volta che ho preso in mano la penna per disegnare. Sono passati, non esagero, una decina di anni buoni. C’è stata un’epoca della mia vita in cui mi divertivo molto a trasferire alcuni dei miei incubi su di un foglio bianco. Non ho mai approfondito seriamente questa mia insignificante dote. Intendo dire: non ho mai seguito un percorso per migliorare la mia tecnica, nemmeno da autodidatta. Ho sempre usato il disegno e in particolar modo la caricatura come valvola di sfogo. Quando sei poco più che adolescente, spesso la testa ti si riempie delle brutture che ti circondano. Farne il verso ti aiuta a privarle di quel potere che loro stesse ti vogliono convincere di possedere. Fissare nero su bianco lo sguardo torvo e ottuso di un individuo ingiusto, il ghigno prepotente del gigante della montagna di turno che abusa di una fortuna immeritata o proveniente soltanto dalla propria inclinazione alla violenza (verbale, mentale, spirituale) non cambia il mondo che ti circonda. Ma lo esorcizza. O comunque lo sposta al di fuori di te, allontanando il brutto dai tuoi pensieri. Dovrei ricominciare questa pratica, in fondo è divertente!