Archivio della categoria 'Recensioni'

Venuto al mondo

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Che cosa si può dire di un racconto che ti strappa alle tue ore per oltre 500 pagine e ti avvince, ti delude e poi ti avvince di nuovo, trascinandoti prima nel fango e poi nel sangue con lo strumento sottile di una scrittura che ti porta dove vuole? Quando mi bevo un libro mi capita sempre più spesso di trangugiare tutto per dovere, come il bambino immaginario della proverbiale minestra. Non è il caso di “Venuto al mondo“, l’ultimo romanzo di Margaret Mazzantini. Qui si viene presi a strattoni e trascinati con tutta la violenza che serve nello schifo della brutalità umana, ma è un percorso parabolico alla rovescia che spicca dalle guglie dell’innamoramento, scende in picchiata nell’orrore di una guerra fratricida per trovare poi un suo equilibrio, una certa forma di stabilità orizzontale nel senso di consapevolezza che segue ogni esperienza abissale, ammesso di saperla guardare con lo sguardo di un destino che è dentro le cose, un destino che di per sé non è né buono né cattivo, perché è il senso stesso delle cose destinate a finire e, quindi, in un certo senso ne incarna la bellezza. Questo racconto avvincente, mai banale e in un certo senso antisublime è anche in parte un romanzo storico, una storia d’amore così improbabile da sembrare vera schiaffata dentro la cronaca di un evento storico – l’assedio di Sarajevo – così agghiacciante da sembrare inventato. È un racconto che vi saprà sorprendere, senza l’artificio dei colpi di scena bensì con il lento accompagnamento verso la verità che non ti aspetti, ma alla quale l’autrice ti ha amorevolmente preparato sin dalle prime pagine. Assolutamente da non perdere!

S’i fosse foco…

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Questa meravigliosa animazione a passo-uno è stata realizzata qualche annetto fa da Claudio Cominelli, io l’ho scoperta solo oggi, vi consiglio di prendetevi qualche minuto per guardarla perché merita davvero! A mio modesto parere è un piccolo capolavoro! La base musicale è una scelta obbligata, un imperativo categorico, direi.

La solitudine dei numeri primi

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Copertina de "La solitudine dei numeri primi"Sono poco più che a tre quarti di questo sorprendente racconto e voglio registrare qui le mie impressioni. Mi piace. A volte riesce addirittura ad entusiasmarmi. Per prima cosa mi entusiasma l’idea. Mi sorprende che ci sia ancora qualcuno capace di produrre dal nulla – o dal tutto – un’idea che prima non c’era. Non importa fino a che punto nuova. Importa che sia un’idea chiara e coerente. Potrei sprecare ore di sonno nello sproloquio che di solito si dedica all’ozioso scopo di individuare la natura di un’idea o la tesi che determina – rimanendone sempre sullo sfondo – la natura, l’origine e la meta di un testo letterario ben riuscito. Ma ho smesso da un pezzo di impegnarmi in giostre cerebrali di questo tipo. Preferisco dire che questo racconto è attraversato da una tesi – non vi rivelo quale per non guastarvi il gusto – e che l’autore non fa nulla per dissimulare l’esistenza di un intento preciso, senza però cadere nella banalità del romanzo a chiave. Il ruolo dei due protagonisti è chiaro sin dal titolo, non serve nemmeno spingersi fino al terzo o quarto capitolo per avere una spiegazione fin troppo esplicita della metafora matematica dei numeri primi. Tutto è chiaro già dalle prime frasi del primo e del secondo capitolo, ognuno dedicato alla formulazione dei due personaggi, che sono poi due contrapposte incarnazioni della tesi del racconto. L’idea sta tutta nel dialogo tra due parti apparentemente inconciliabili ma perfettamente simmetriche. Due stati d’animo che non riescono mai a coincidere e nemmeno a contrastarsi, dal momento che sono fatti della stessa materia e condividono la medesima natura. Non posso spiegarmi meglio. Leggete questo racconto che è di una semplicità e di una lucentezza rare, leggetelo e capirete quello che a quest’ora di notte non riesco a dire. A volte mi ricorda un fumetto d’autore: dialoghi, personaggi e scenari sono essenziali ma estremamente freschi e assolutamente realistici. Il linguaggio è preciso, sintetico e sempre in buona sintonia con il contenuto. Un gran bel racconto. A mio parere.

Non conosco il tuo nome

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Non vengo da queste parti da mesi. Ho pensato più di una volta che sarebbe ormai il caso di mettere una bella pagina segnaposto invece di questi post, perché non c’è niente di peggio di un blog che non viene aggiornato almeno quotidianamente. Eppure di novità e di cose di cui parlare ce ne sarebbero davvero tante, talmente tante che non mi resta poi nemmeno un minuto per scrivere due righe in quello che nell’intenzione avrebbe dovuto essere il mio blog professionale/personale. Poi però io alle cose mi ci affeziono e di buttarle non se ne parla mai. Ci penso. Ci provo. Ma poi rimando. Rimando, rimando, rimando…

Prima di prendere sonno leggo le pagine di un romanzo che vorrei segnalare. Ci tengo davvero, perché certe informazioni meritano di essere diffuse quanto più possibile, non c’è alcun gusto nel conservarle, vanno condivise. Si tratta del romanzo “Non conosco il tuo nome” scritto da Joshua Ferris e promosso massicciamente attraverso tutti media italici da almeno due settimane. Ragazzi, si tratta di una delle più clamorose boiate che io abbia mai avuto la sventura di leggere! Una sequenza ininterrotta di scenette improbabili, noiose e fondamentalmente fanciullesche annegate in un rosario di dettagli insignificanti e buttati a casaccio. Siamo a livelli inenarrabili! I personaggi sono annoiatissimi e noiosissimi esponenti della middle class americana nelle cui bocche sono state infilate a fatica conversazioni frammentarie e innaturali, sequenze di spot da trailer cinematografico riuscito male e descrizioni forzate di dettagli privi di alcuna attinenza con il momento psicologico della narrazione. Io spero si tratti almeno di una cattiva traduzione, anche se è l’intera storia ad essere improbabile e – peggio – assolutamente insignificante. Mi è rimasta indelebilmente impressa la descrizione di una strada del Bronx in cui le cartacce rotolano qua e là sospinte dal vento ed un veicolo per la pulizia delle strade passa saltellando ed emettendo scintille sull’asfalto irregolare. Ma che cagata immane! Questa scena la si vede tale e quale in qualsiasi pessimo filmetto americano degli anni ottanta… Non lo so, è insopportabile ma lo devo finire. Voglio capire fino a che punto si possa spingere. Certo è uno di quei prodotti estremamente poveri che vengono consumati da un pubblico scarsamente dotato per il solo gusto di conoscerne il finale. Il potere catartico dell’agnizione… Si ritorna a leggere più volte nella vita un classico perché un classico è estetica pura che ha preso forma in una sequenza narrativa. Si leggono e rileggono i maestri per il gusto di farlo, di tornare più e più volte su di una sola frase. Non per sapere se, alla fine, Raskol’nikov finirà in galera o riuscirà a farla franca. Basta. Vado a letto. Mi somministro ancora qualche decina di pagine, prima di dormire. E vediamo come diavolo va a finire…

Experimenting with an organic metaphor

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Voglio segnalare un lavoro molto interessante di Kieloo (aka Marco Chiodi) dal titolo particolarmente suggestivo: “Experimenting with an organic metaphor”. A giudicare da alcuni salti di navigazione il lavoro non è ancora completo al 100% ma l’idea c’è tutta. Ho visto nascere questo progetto ormai più di un anno fa: nella sua forma embrionale si trattava del supporto multimediale ad una tesi di laurea. Ora vive di vita propria su uno dei miei server. Quasi quasi mi ci affeziono. Marco Chiodi è un artista promettente ed è dotato di un talento davvero suggestivo. Prima o poi se ne accorgerà anche lui. Tenetelo d’occhio, gente.

InSegreto.com: non raccontarlo a nessuno… raccontalo a tutti!

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Lofo sito Internet InSegreto.comDirei che ora il progetto InSegreto.com è giunto ad un punto di maturazione tale da poterne parlare pubblicamente. Non è farina del mio sacco, anche se viene ospitato su uno dei miei server. È il risultato del lavoro di un bravo sviluppatore in erba che ha tirato su questo ricettacolo di pensieri impronunciabili sia per rispondere ad una sfida tecnica con se stesso, sia per dare spazio ad una folle e liberatoria sequenza di minchiate che – spero – sia destinata a crescere di giorno in giorno. Coraggio, visitate http://www.insegreto.com e sbizzarrite il vostro ego!

Smettere di fumare con il libro di Allen Carr

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Il ibro "È facile smettere di fumare se sai come farlo" di Allen CarrIo sono uno scettico indefesso, chi mi conosce lo sa. Il mio primo approccio di fronte a qualsiasi novità è sempre lo stesso: prima ancora di capire di che cosa si tratti formulo senza nemmeno accorgermene una sequela interminabile di possibili trappole occulte e ipotesi dietrologiche. Non credo in alcun modo alle buone intenzioni del mio prossimo, specie di quello che sbandiera a destra e a manca di avere una verità assoluta in tasca – penso immediatamente che quella verità me la si voglia vendere e che il suo prezzo sarà senz’altro iniquo. Per questo motivo ho perso – oltre alla fiducia – qualsiasi tipo di fede: perché non tollero di dovere credere a qualcosa o a qualcuno che non mi convinca con il proprio buon esempio – non accade mai – o con motivazioni fondate.

Se non credo a chi spaccia certezze sull’altro mondo in cambio di denaro e potere, figuratevi cosa ho pensato quando mi hanno parlato di Allen Carr e del suo libro “È facile smettere di fumare se sai come farlo”. Quando un cliente me ne ha parlato ho mostrato il consueto entusiasmo che si deve mostrare ad ogni cliente in quanto tale, ma l’informazione è stata immediatamente taggata come tossica ed è passata solo grazie al nome dell’autore del libro che è davvero facile da ricordare, anche per uno come me che da anni  ha troppe cose in testa per ricordarne altre. “Carr, come auto in inglese ma con due erre” – mi ha detto lui. L’informazione, messa in questo modo, è stata archiviata nella directory junk del mio buon vecchio cervello.

Di ritorno a casa ho commesso l’errore – si fa per dire – di parlarne con la mia compagna, la quale da anni mi chiede senza successo che io smetta di fumare. Nel giro di un paio di settimane, giusto il tempo di fermarmi al primo Autogrill e trovarmelo davanti tra la solita trivialliteratur e le riviste di gossip, il libro era sul mio comodino. Leggi il resto »

FreeBSD 7.2: la tentazione è forte

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Beastie, il diavoletto di FreeBSDQualche giorno fa è stata rilasciata l’ultima fiammante stable release di FreeBSD, senza alcun dubbio il più potente e stabile sistema operativo per ambienti server. Come ho già scritto, questo meraviglioso UNIX è stato per molti anni il mio banco di prova fondamentale, diciamo pure che è il sistema operativo su cui ho meglio affinato le mi tecniche di sysadmin. Tra i miei server ho ancora una manciata di “vecchie” FreeBSD che fanno egregiamente il loro lavoro, senza alcun bisogno di manutenzione né aggiornamento. Una in particolare eroga da oltre 5 anni servizi per una dozzina di clienti: un lustro durante il quale non ho mai avuto necessità di effettuare nemmeno un reboot, se non quelli programmati per le ordinarie verifiche sulla parte hardware.

Sistema operativo apparentemente essenziale, ancora claudicante per quanto concerne il desktop, in ambito server FreeBSD batte nettamente Linux su qualsiasi banchmark, polverizzando ogni record quando si tratta di networking. La sua notorietà per molti è legata solo alla sua presenza sui nuovi sistemi operativi di casa Apple. In realtà moltissimi servizi di fascia corporate vengono erogati su cluster FreeBSD, specie oltre oceano.

Le novità di quest’ultima stable interessano principalmente il boot loader e la userland, ma l’aspetto più interessante che accomuna tutti gli ultimi rilasci dalla 6.2 in avanti è la possibilità di effettuare upgrade in maniera sicura e ragionevolmente semplice grazie a freebsd-update, un tool straordinariamente importante per la diffusione di questo sistema operativo. Anche se non ha ancora raggiunto il grado di automazione di apt-get, per citare il migliore in ambito Linux, freebsd-update è ben ingegnerizzato e molto intuitivo, almeno per chi ha già un minimo di dimestichezza con strumenti di questo tipo.

Ecco uno stralcio dell’annuncio ufficiale della release:

Ken Smith has announced the release of FreeBSD 7.2: “The FreeBSD Release Engineering team is pleased to announce the availability of FreeBSD 7.2-RELEASE. This is the third release from the 7-STABLE branch which improves on the functionality of FreeBSD 7.1 and introduces some new features. Some of the highlights: support for fully transparent use of superpages for application memory; support for multiple IPv4 and IPv6 addresses for jails; csup(1) now supports CVSMode to fetch a complete CVS repository; GNOME updated to 2.26, KDE updated to 4.2.2; sparc64 now supports UltraSparc-III processors. FreeBSD 7.2-RELEASE is now available for the amd64, i386, ia64, pc98, powerpc, and sparc64 architectures.” Read the release announcement and release notes for a detailed list of changes. Download: 7.2-RELEASE-i386-dvd1.iso.gz (1,946MB, MD5, torrent), 7.2-RELEASE-amd64-dvd1.iso.gz (2.009MB, MD5, torrent).

Insomma, FreeBSD è un must assoluto e deve essere provato almeno una volta. E che sia amore a prima vista!

Yesman? Maybe!

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Locandina del film YesManSabato sera mi sono rifatto dell’esperienza catartica di “Setta anime” con un film leggero, leggerissimo, praticamente demenziale. Ma assolutamente divertente, nel senso più antico del termine. (Mi piacciono le frasi senza predicato). Un paio di ore di una spensieratezza così sana da costringerti a riflettere. (Mi piacciono molto anche i periodi senza principale).  Chi mi conosce sa che sono, mio malgrado, uno yesman con i controfiocchi. Nel senso meno edificante che si possa immaginare, ovvio. Io sono uno di quelli che non sa dire di no a nessuno, ma proprio a nessuno, specie quando si tratta di fare qualcosa che non avrei assolutamente né il tempo né la voglia di fare. (La frase precedente va circosritta alle mie attività lavorative, non fraintendete…). Come molti di quelli che fanno il mio lavoro, ci sono giornate in cui sono talmente zeppo di cose da fare da non avere nemmeno il tempo per respirare. Eppure, se proprio durante una di queste giornate mi chiama il signor Chiunque chiedendomi di realizzare in tempi brevi la più strampalata delle idee, io mi faccio in 16 e trovo un modo per accontentarlo. Certo, non lo faccio pro bono come certi avvocati dei serial americani, ci mancherebbe. Ma, in questo modo, finisco per passare gran parte del mio tempo in una sorta di continuo cambio di rotta. E questo, credetemi, non porta davvero da nessuna parte. Per questo motivo, mi pare particolarmente chiaro che la vera morale della nuova commedia di Jim Carrey (tratta dal best seller di Danny Wallace) non è “impara a dire di sì alla vita”, ma al contrario “impara a dire di no a tutto quello che ti tiene lontano dalla vita”. Lapalissiano, no?

Le sette anime di Will Smith

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Una scena tratta dal film "Sette Anime"Sabato sera mi sono rinchiuso in un multisala con la mia dolce metà. L’intento era quello di trascorrere una serata all’insegna della spensieratezza. La settimana appena passata era di quelle che qualche livido lo lasciano. Così ci siamo spostati dal centro di Brescia alla sua immediata periferia, dove si trova il Warner di zona. Avevo trovato la locandina con la programmazione della serata in un negozio gestito da una slava magrissima, accanto al registratore di cassa. Volevo vedere “Yes man”, ma solo dopo una pizzata con delizia al limone in uno dei nostri locali preferiti, gestito da veri amalfitani. Per il film con Jim Carrey però era quasi tutto esaurito e “Milk” – la mia seconda scelta per una serata all’insegna della spensieratezza – lo davano da tutt’altra parte. Restavano solo “Viaggio al centro della terra”, “Italians”, “Imago mortis” e “Sette anime”. Io avevo gli occhiali, il che si concilia male con le mascherine usa-e-getta per il 3D. Verdone è ufficialmente alla frutta almeno da “Grande, grosso e Verdone”.  Film di paura neanche a parlarne, io per primo. Restava solo lo sguardo enigmatico di Will Smith che fissava nel vuoto da un poster alto un paio di metri. E così, a dieci minuti dall’inizio delle ultime proiezioni, abbiamo optato per “Sette anime”.

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